sabato 2 dicembre 2017

VARESE - Il grande critico Giancarlo Vigorelli sosteneva che Dario Ballantini donasse un tributo inconsapevole alla Scapigliatura, ponendosi di fronte alla vita e all'arte «in modo libero e disperato», come fecero nel tempo loro pittori come Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni. 
Ballantini da Livorno, 53 anni e da trenta immerso nella pittura, è nato camaleonte e muta pelle e colori sia nella sua professione di imitatore sia in quella di pittore e ora anche scultore, affascinato dal rarefarsi spirituale e morale dell'animale uomo, attonito di fronte alla spiazzante modernità e alla quantità di scelte quotidiane cui è messo di fronte. 
A Varese, Dario ci veniva agli inizi della carriera, quando non era ancora Valentino, Luca Cordero di Montezemolo o Lucio Dalla, ma un semplice cabarettista che si esibiva all'Albert's della Brunella, e già nel 2015 fu ospite della Galleria Ghiggini1822, con la mostra “Identità artefatte” curata da Massimo Licinio, quadri  e acquerelli dal forte impatto cromatico, con colori catapultati a mostrare volti e corpi quasi “imprigionati” nella tela, posture e lineamenti mimetici di taglio espressionista, assai diversi dalle prime opere, di più chiara impronta fumettistica con sicuri influssi picassiani e a volte sironiani nella costruzione dei paesaggi urbani.
«E il racconto va, tra grida notturne che sanno di Munch e Licini raccontate alla maniera di Ballantini, tra cieli di piombo e finestre che non descrivono vite, sguardi enigmatici che compaiono e scompaiono tra muro e muro, frammenti di arti disarticolati, scagliati da nascoste deflagrazioni al centro della tela, a complemento di un paesaggio senza idillio», scrisse Vigorelli nel testo a catalogo della prima grande mostra dell'artista livornese, "Oltre lo sguardo”, alla Galleria Artesanterasmo di Milano, anno 2003, con presentazione di Luciano Caprile.
Parole quanto mai attuali, che ben si attagliano anche alla mostra in essere da Ghiggini fino al 27 gennaio 2018, che non ha titolo ma che potrebbe prender nome dal video "Face to fake”, lodato dal critico Achille Bonito Oliva, che è parte integrante del tutto e presenta 64 facce ballantiniane diverse in un minuto, esemplificando la natura del nostro e l'incredibile metamorfosi dell'anima oltre che del corpo.



Dario Ballantini qui presenta anche alcune sculture, una delle quali, “Il vecchio e il nuovo”, paga debito a un coté buzzatiano, con una sorta di "uomo-nuvola di temporale” che sorvola una città vuota, dalle finestre buie come occhi di morte. Un drago nero precipitato nell'inferno delle periferie, a testimoniare un'umanità malata e stanca, preda del dubbio e dell'angoscia, confusa e attonita.
«Sono arrivato tardissimo alla scultura anche se la studiai a scuola. Mi ha sempre frenato la sua immobilità, mentre in un quadro riesci a dare un certo movimento. In realtà era una scusa, lavorandoci mi sono abituato a essere più riflessivo, mentre in pittura sono più immediato. Ora toccare il mio “omino”, il mio essere, mi dà gioia», spiega Dario, tornato alla figura dopo un periodo astratto.
«Queste sculture raffigurano un uomo fuori dal tempo, in cui si ritrovano tracce di un'arte che può essere primordiale come ultramoderna. Ricordano le sagome ritrovate negli scavi di Pompei. La mia ricerca riguarda sempre lo sdoppiamento, quello dell'identità è un esercizio senza fine. Per me l'essere umano è al centro di tutto, per questo sono ritornato al figurativo».
Ballantini cita maestri come Modigliani, e Picasso, il gruppo Cobra, Egon Schiele e Mario Sironi, ma anche artisti capaci e meno noti, quali Fernando Farulli, Ennio Calabria e il suo insegnante in accademia, Giancarlo Cocchia, e artisti di oggi, dal veneto Maurilio Calanchini al toscano Vinicio Berti.
«Ognuno di essi mi ha dato qualcosa, ho frequentato le soffitte dei post-macchiaioli e da loro ho imparato a tenere in mano il pennello: con poche macchie di colore dipingono una marina, sono maestri nel loro genere».
Con le decine di identità che Dario assume in televisione e  il senso di sdoppiamento presente nei suoi quadri, c'è il rischio di perdere la bussola e di non capire più quale sia la propria individualità.
«Nei momenti di alta esposizione mediatica dovuti alla popolarità dei miei personaggi televisivi, ho avuto attimi di confusione, anche se in quel caso sono dichiaratamente truccato e lo scopo non è fingere ma mascherare. Avere la pittura come arte “di riserva” mi ha aiutato parecchio a rimanere me stesso. Purtroppo Alighiero Noschese, che reputo mio maestro, non ha avuto questa fortuna ed è stato travolto dalle troppe identità che si era creato artificialmente».
Ballantini è arrivato al successo popolare con il suo primo personaggio, Valentino.
«Ha fatto emergere la vis comica che avevo nascosta dentro di me, anche se i personaggi più riusciti, a mio avviso, sono Gino Paoli, lodato anche da quello vero, e Lucio Dalla che però ho rappresentato solo in teatro, nello spettacolo "Da Balla a Dalla”, dove il gioco di parole rimanda sia a Ballantini sia anche al pittore Giacomo Balla».
Il pittore scultore livornese prosegue la sua indagine nell'uomo, «sono troppo pervaso di cultura pittorica per pensare di darne un'idea senza rappresentarlo», e confessa segni di disagio di fronte alla modernità, «i cui molteplici e continui segnali ci spiazzano, aumentando la confusione interiore. Il video in mostra è angosciante, sono il primo a riconoscerlo». Lì Dario Ballantini si supera, e il suo volto ha la stessa immediatezza delle tele, uguale a sé stesso e pure in continua trasformazione, come un colore che ne incontra un altro fondendosi e generandone un terzo, ma rimanendo  sempre fedele alla sua “chimica”.

“Dario Ballantini - Dipinti sculture video”, Galleria Ghiggini 1822, via Albuzzi 17, fino al 27 gennaio 2018. Orari: martedì - domenica, 10 - 12,30 e 16 -19. Info: tel. 0332 - 284025, oppure www.ghiggini.it

Mario Chiodetti



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