martedì 9 agosto 2016

Il Signore delle Macchine Parlanti


Immagino di trovarlo seduto al tavolino, la schiena un po’ curvata, la sagoma imponente non segnata dal tempo, gli occhiali a lenti libere ad accentuare lo sguardo limpido e fondo. Con la Vespa mi sembra di attraversare il tunnel del tempo, mentre scendo da Boarezzo verso Marzio, tra i faggi fitti e leggiadri investiti dal sole pungente d’agosto. C’è un silenzio quasi assoluto, non incrocio altri viaggiatori e procedo con lentezza, perché attimi così sono sempre più rari e vanno impressi nella memoria con ferma sicurezza, perché il ricordo poi rimanga vivido e colorato e ci aiuti a vivere nei giorni infermi, colmati soltanto dall’angoscia e dal frastuono.
Ci vado quasi ogni estate, perché ho bisogno di incontrarlo come s’incontra un maestro, o più semplicemente un uomo che ha vissuto più di me, in un tempo diverso e più lento, se pure in vigorosa trasformazione. Un uomo che ha tratto sempre felicità dalla passione, ha saputo costruire un tempio alla bellezza e alla musica e ora può abbandonarsi alla pienezza dei ricordi, e insegnare come si ama, non importa se una persona o ciò che essa ha lasciato, con la sua voce o il suo pensiero, più semplicemente con l’ingegno.
Di certo è là, a quest’ora legge il giornale fumando una delle tante pipe del giorno, sono le quattro del pomeriggio e il “Corriere” è già quasi terminato, come l’immancabile pisolino, c’è spazio per le parole, sempre misurate e pescate dalla valigia degli anni a costruire un mondo fatato ed esclusivo, patrimonio soltanto di fortunati che in quello reale respirano a fatica, congestionati dai miasmi dell’arroganza e del cattivo gusto, dell’ignoranza e di un’inarrestabile superfetazione tecnologica.
Scendo verso il centro del paese, l’aria è fine. Un tempo a Marzio si andava in colonia estiva, a respirare ossigeno e a far ginnastica nell’abetaia, l’unico albergo ha ancora l’insegna scritta sul muro, i cancelli delle ville mostrano antichi ferri battuti dalle volute complicate. Anche qui arrivò l’arte nuova, ma in un modo quasi sommesso, nascosta dai giardini e dalle persiane chiuse, portata dai ricchi villeggianti che conoscevano il mondo e ne ricopiavano gli strani geroglifici Liberty per uso personale e privatissimo.
Nel percorrere a passo d’uomo il vialetto sterrato verso la casa dove il Signore delle Macchine Parlanti fa villeggiatura, ho l’improvvisa sensazione come di un “finis Austriae”, di visitare con Joseph Roth la Cripta dei Cappuccini, ascoltare la musica di Mahler mentre Klimt accarezza il suo gatto e Karl Kraus siede al caffè lanciando uno dei suoi velenosi aforismi. Mi muovo in una pellicola dei Lumière, un po’ sfocata ma rapinosa, lascio alle spalle un mondo che non riconosco per entrare nel mio, quello idealizzato e costruito soltanto attraverso i libri e gli spartiti, i dischi e le affiche, per me più reale del vero, palpitante e sensuale.



Marco Contini a Marzio



Marco Contini siede come mi aspettavo davanti all’ingresso di casa, mi dà le spalle e si accorge dello scoppiettio del motore della Vespa, si volta rimanendo per un attimo sorpreso. Non mi conosce in quella veste, ma basta un saluto perché subito con la mano mi inviti a raggiungerlo traversando il piccolo prato verdissimo che fa da tappeto alla perfetta geometria della palazzina, un tempo dépendance dell’imponente villa Jugendstil posta su un motto poco distante.
È lui il custode del tempio, un signore con i baffi ora più corti e candidi, segnati dal biondo del tabacco, testimone di valori antichi e raffinati passatempi, quando il collezionare era l’arte del conoscere, dell’indagare a fondo nel proprio animo specchiandosi in quello degli autori più amati e ricercati, incanalando i rivoli infiniti di nomi, situazioni, amicizie, non soltanto per il proprio piacere ma per salvare quella proiezione di sé dall’oblio, assieme al contesto che l’ha generata.
Con lui rivive ogni volta una Milano dimenticata e lontana, quella del lavoro artigianale e del grande commercio, della borghesia ricca e attenta alle arti, della Scala di Toscanini e della Callas, del Cova e del Savini, del Piccolo di Grassi e Strehler, delle chiacchiere del dopo spettacolo, di raffinati intenditori di voci conservate in disco fin dal morire del secolo decimonono, gelosi di tesori svelati soltanto ai pari loro, i Vegeto i Bauer i Celletti i Gualerzi i Crestetto i Selvini i Contini.
Nella casa di Marco, a Città Studi, sono stipati circa 500 grammofoni, con pezzi sconosciuti a molti musei, centomila dischi, tra 78, 33 e 45 giri, raccolte complete di libretti d’opera, cataloghi di case discografiche, fotografie autografate dei più celebri artisti, centinaia di migliaia di puntine e biografie di ogni cantante e musicista che si rispetti. Un monumento sonoro le cui fondamenta risalgono alla fine degli anni ’50, quando «i dischi te li tiravan dietro» e i grammofoni li trovavi a decine per poche migliaia di lire.
Un disco è raro per chi lo considera tale, magari perché lo ha ascoltato da bambino e poi perduto, ma la collezione di Marco Contini è unica al mondo, frutto di mezzo secolo di inesauste ricerche in Europa e negli Stati Uniti assieme alla moglie americana Eva, guidate da un fiuto infallibile e da una giusta percentuale di fortuna. Lui fu il primo, oltre mezzo secolo fa, a importare in Italia i mobili dei maggiori designer del Nordeuropa, da Arne Jacobsen a Johnny Sorensen, ingrandendo e migliorando l’attività di famiglia incominciata dai cugini Selvini e proseguita dal padre, e segue tuttora assieme al figlio David (l’altro, Claudio, è tenore e vive in Croazia) il negozio di via Poerio a Milano, ma appena può compulsa cataloghi di dischi, riordina la mastodontica discoteca o progetta nuove edizioni in cd con le voci storiche scovate nel suo sterminato data base.



Marco Contini con la sua Dunhill




A ottant’anni compiuti, Marco fuma beato la sua Dunhill caricata col tabacco Black Mallory e racconta come nei film, gli spezzoni di ricordi cuciti con un filo invisibile. «I primi dischi russi arrivarono a Vienna via Praga, allora c’era la cortina di ferro, non trapelava niente, ma il mercante con cui ero in contatto in Austria sapeva come importarli. Mi diceva in francese: “Li prenda sono di molto valore e più ne avranno in futuro”. C’erano Ershov, Nicolaj Figner e la moglie Medea Mei, Sobinov, incisioni dei primi anni del ‘900. I russi continuarono a produrre 78 giri fino agli anni Settanta, li stampavano su vinile di ottima qualità».
Marco che trova i primi dischi alla fiera di Sinigaglia, Marco che acquista collezioni complete, come quelle di Raffaele Vegeto, di Knud Egemon Krone e di Otto Müller «che mi regalò due album di strumentali senza dar loro importanza ma dentro c’erano tre dischi del leggendario pianista Raoul Pugno, tra le maggiori rarità esistenti».
Il vecchio signore custode del mio mondo ha un’ultima meraviglia da mostrarmi, si alza e va a prendere le bozze di un libro, il monumentale lavoro sulla storia della Casa Pathé, interamente scritta con i pezzi della sua raccolta, decine di modelli di grammofono, locandine, manifesti, dischi e cilindri di cera. Di colpo divento Alice poi Pinocchio, e in quel Paese dei Balocchi di carta perdo il senso del tempo e dello spazio, ogni pagina parla di volontà e di passione, ingegno e bellezza, perfino di felicità.




«Tu se' lo mio maestro e'l mio autore...»





È tempo di ritornare, salutare la Parigi folle di bellezza e divertimenti che d’improvviso s’era materializzata davanti ai miei occhi, e dire arrivederci all’antica cortesia di Marco, ai suoi racconti parte di una compiuta civiltà fatta di fiducia, educazione, genialità e rispetto, un patrimonio di conoscenza che andrebbe conservato e divulgato a consolazione di un pianeta devastato dall’ignoranza e dall’abulia intellettuale.

Come Maigret, di cui potrebbe essere l’incarnazione, indagava nell’animo di colpevoli e innocenti, il grande collezionista ha trascorso più di mezzo secolo a scrutare nel mistero delle voci, a ricostruire pezzetto per pezzetto la storia dell’interpretazione musicale, incontrando chi come lui vuole conservare il tempo e consumarne un poco alla volta, alla velocità di 78 giri al minuto.

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