martedì 14 luglio 2020

IL FIGLIO NATURALE DELLA CASERMA GARIBALDI

Il cittadino medio, automunito, mascherato (ancora per poco) e dotato di petroliere di pazienza, per raggiungere mettiamo Casbeno da Giubiano, deve farsi tutto il centro, prendere viale XXV Aprile e sperare nella provvidenza, che non ci sia qualche cantiere fantasma aperto e mollato lì dopo due colpi di ruspa. Nonostante, non si sa chi e non si sa perché, qualcuno abbia scritto che la proprietà, il comune, il governo, l'Unione Europea o qualche altro burosauro avrebbe già “messo in sicurezza” il rudere di via Gasparotto, questo è ancora lì bel bello, con le sue strisce bianche e rosse sventolanti a segnalare pericolo di caduta e il meraviglioso cartello -l'Italia è il paese della presa per il culo spontanea- di divieto di sosta appiccicato al muro pencolante. I metri di strada chiusi al traffico saranno sì e no cinquanta, sufficienti a far guadagnare l'inferno a centinaia di padri e madri di famiglia timorati di Dio, diventati bestemmiatori seriali già alla svolta di largo Flaiano. 


Probabilmente anche il solerte cittadino dall'occhio d'aquila che ha visto le crepe del rudere allargarsi come le acque del mar Rosso segnalandole “a chi di dovere”, si starà dando martellate sui coglioni come Tafazzi, ché magari l'altro ieri per un vuoto di memoria si è trovato lì con la macchina per andare alla Cartabbia e ha dovuto fare dietrofront, allungando almeno fino all'Esselunga di viale Borri per poter invertire la marcia e attraversare canonicamente il centro, percorrere via XXV Aprile, fare la rotonda della Coop, imboccare viale Europa e arrivare finalmente all'incrocio dove termina la via Gasparotto incerottata. Chilometri e gas di scarico in più, pressione sanguigna in rialzo, usura mezzo, moglie amante amica che minaccia di lasciarti, semafori di largo Flaiano dai tempi biblici, fai a tempo a leggere tutto Ken Follett e se hai un buon autoradio ascoltarti anche la Nona di Mahler. Sempre che il semaforo tu riesca a vederlo. Quello per esempio alla sommità della rampetta dalla parte sana di via Gasparotto, è ingentilito da una splendida fioritura biancorosa, una cosa che fa pensare ai concorsi per la miglior stazione fiorita che si tenevano ai tempi del Duce. 


Se hai la ventura di arrivare da via Nino Bixio, mentre sei in coda al rosso puoi ammirare un pezzo di ponte ferroviario crollato, con calcinacci guarniti di bottiglie di birra e lattine. Strano, anche lì  potrebbe venir giù tutto da un momento all'altro, ma nessuno dice di dover mettere in sicurezza qualcosa, il pedone è meno nobile dell'automobilista, se precipita dalla spalletta terremotata quasi non ci si accorge nemmeno. Se poi per sventura cade sul tetto di un treno in transito, chi lo trova più?


Tutto per 50 metri di strada chiusa da giorni in attesa che qualcuno “metta in sicurezza” il rudere, gergo burosaurico che include, si suppone, delle belle iniezioni di cemento vitaminico per tenerlo su, una rinfrescata alle eclair, ora graffitate come dio comanda, la potatura delle piante limitrofe o magari chissà, anche un bel boschetto verticale, non sia mai che spulciando qualche documento nascosto non si scopra che il manufatto è di pregio, forse disegnato da Gio' Ponti. Intanto il tempo passa, le ferie incombono, non si vedono ruspe all'orizzonte e nemmeno uno straccio di martello pneumatico, il figlio naturale della Caserma Garibaldi alla fine crollerà da solo, prima che qualche politico pensi di ristrutturarlo magari per farci il teatro. Si potrebbero raccoglierne i calcinacci e stoccarli come i rami del Piantone per distribuirli poi ai cacciatori di souvenir, indire un bel concorso su cosa costruire sulle sue ceneri, un bed and breakfast vista binari, un'edicola della Madonna,  la stazione della funicolare, o il solito mini parcheggio che lì non sbagli mai. Naturalmente tutte strisce blu, non si fanno sconti, evviva l'ecologia!




sabato 4 luglio 2020

VARESE, CITTA' IN CANCRENA

Crolla, non crolla, avanza la crepa, si ferma. Si fa serpentina, sale scende, si apre si chiude, si dirama, fiorisce. Son due son tre, una ragnatela, il muro si sgretola, aìta aìta tutto vien giù, c'è il rischio di un'altra Albizzate. Ci vorrebbe la penna di Palazzeschi per descrivere la cancrena che sta divorando Varese, un morbo che striscia subdolo e colpisce alla cieca, i muri e i cervelli già duramente provati dal virus. 
Un rudere in via Gasparotto tiene in scacco la città, la colpa è tua no è tua, dovevi acquistarlo no dovevi metterlo tu in sicurezza, il balletto tra comune e privato è degno del Bolshoi, da un lato il proprietario che dice di aver la parola per l'acquisto, dall'altra i burosauri di via Sacco che tutto paralizzano come le Gorgoni, incapaci di prendere la minima decisione non si dice presto con fuoco ma almeno con un andante mosso. 

Il risultato è l'ennesima lite da asilo mariuccia, con la gente imbufalita, le code, il caldo, le mascherine, il Covid che non ritorna anzi sì, le strade chiuse e i cantieri aperti ma fermi, i progetti faraonici a scopo elettorale, i milioni che non ci sono ma di colpo appaiono a dare del dilettante al mago Merlino. 
Agli inizi del '900, Giovanni Bagaini e i suoi amici si misero a un tavolo di caffè, forse il Garibaldi, e decisero di dare a Varese una allure quantomeno nazionale, con grandi alberghi, rete tranviaria, funicolari, ippodromo e teatri. Detto fatto, tre anni e gli alberghi erano in piedi, poco più avanti ecco i tram a coprire il nord della provincia, fino allo sciagurato dopoguerra del cemento e della demenza amministrativa, del trionfo della gomma e della benzina a scapito della rotaia e del viaggiare lento. 
Esisteva, in quel tempo lontano, il sano grano di follia nelle teste dei notabili della città, la voglia di rischiare, di fare per il bene della comunità e non delle proprie tasche, o meglio della propria immagine, la parola era una e non centomila, il fumo era quello dei sigari e non delle promesse e delle fotografie nella prima pagina di cronaca con il sorriso e il proclama lanciato ai quattro venti. 
Si faceva, stop. 
Allora in via Gasparotto avrebbero mandato una gru con la palla d'acciaio e in mezz'ora il rudere sarebbe stato polvere e calcinacci, niente mandrie di burosauri al pascolo, colpa mia colpa tua brutto cattivo, mesi di impasse e di crepe ballerine monitorate dai passanti e non dai tecnici forse fuori stanza, alla macchinetta del caffè o in qualche riunione a parlare degli schemi di Sarri.
Ormai i cantieri varesini non son più buoni nemmeno per i pensionati osservanti, che preferiscono i giardinetti o una briscola al centro commerciale: una demolizioncina qui, un'asfaltatina là, poi tutto si ferma per un mese senza un perché. Son finiti i soldi? Li han già mangiati tutti? 
Un giorno ci sono gli escavatori alla stazione, il giorno dopo paralisi, forse han terminato il gasolio, forse avevano la cena sociale, uno scavetto, un'edicola rasa al suolo e stop, tutto rimane artisticamente sospeso, detriti e tubi contorti in bella vista, forse è un'installazione di Cattelan e non lo sappiamo. 
Certo ai burosauri una vena di sadismo cromatico non manca: ai passanti non garba l'arancione della barriera di plastica davanti al campanile del Bernascone? Mettiamola verde, così meglio si intona con le erbacce che crescono intorno e il vetro delle bottiglie di birra scaraventate alla sanfasò (sempre Cattelan?), gli ambientalisti son contenti e l'impatto visivo è meno drammatico, ma il campanile ha da crollà, non ci son santi, neanche Vittore, prima o poi verrà giù, ma intanto parliamone, indiciamo riunioni e dibattiti, cerchiamo i soldi, diciamo messe propiziatorie. Organizziamo una seduta spiritica, chiamiamo il feldmaresciallo Urban, che forse con qualche altra cannonata lo tira giù dalle spese e amen, se no qui si fa lunga e un calcinaccio alla volta hai voglia. 
Un'aura di mistero aleggia poi intorno alla voragine di piazzale Kennedy. I fondi si sono sbloccati? Roma che dice? Non si sa. Già avere una voragine in città non è mica da tutti, di solito son fenomeni carsici o buchi da terremoto, qui ce n'è una  naturale, bella grossa e ormai vintage, e nel frattempo sia mai che messa bene in sicurezza e con cartelli esplicativi e audio guide diventi un micro polo turistico, poi si può mettere in giro la voce che nelle notti di luna escono fuori i nani di Biancaneve con picconi e secchi e il gioco è fatto, il bilancio ripianato. Magari alla lunga la si potrebbe collegare al Bűs del Remeron del Campo dei Fiori, in un coast to coast magari con i vagoncini Decauville che darebbero quel tono d'antan tanto amato dai radical chic alla Vareselandoftourism. 
Ma la politica non si cura delle voragini, tira dritto e promette, con quali soldi non si sa, ma intanto le parole schioccano e sistemano largo Flaiano e la “casa degli spettri” angolo via Gradisca che davvero quella lì tra un po' viene giù senza dir niente a nessuno con dentro qualche ospite indesiderato, e perfino il ponte sulla ferrovia in via Nino Bixio, in lista d'attesa e di crollo visto come stanno i suoi simili in Italia che al primo cicloncino rendono l'anima a dio. Nel frattempo magari si potrebbe impacchettare il ponte alla Christo con un bel plasticone tipo Caserma Garibaldi con l'effigie di quello di Brooklyn, così il nostro si tiene su di morale e non casca, una botta di autostima sai mai, ha già le spallette reumatiche vista l'età. 
Non me ne voglia Morandini, che ha tutto il diritto di progettare strade bianche e nere, a righe a scacchi a triangoli isosceli, romboidali e trapezoidali, e davanti al suo museo vorrebbe pulizia e ordine, ma il rendering -per gli indigeni la generazione di una scena tridimensionale al computer- della ipotetica via Cairo, con gli alberi sforbiciati a parallelepipedo e la solitudine dei lampioni, la fa somigliare al corridoio di una clinica della Svizzera tedesca, di quelle della buona morte. Di fronte al progetto che dovrebbe cambiar volto alla strada, le piazze degli architetti razionalisti sembrano gli svolazzi di Gaudì sulla Sagrada Familia.


Con ottocentomila euro rifai l'asfaltatura delle strade fino a Parigi,  magari un pezzetto di funicolare e puoi seminare e trebbiare il grano al “Franco Ossola”, ma nelle scatole cinesi del comune i soldi appaiono e scompaiono come d'incanto, un giorno ci sono e il giorno dopo no, per alcuni sì per altri no, ciò che persiste è la certezza del nulla, con la città in cancrena, abbrutita e orfana d'identità, sporca e anonima, ma con la certezza di un grande futuro dietro le spalle, promesso da molte giunte a questa parte. 
Intanto godiamoci la coda sotto il sole al limitare di via Gasparotto e mettiamoci la mascherina in pace, che qui la cosa durerà un bel po', già qualche centinaio di metri più avanti il ponte ferroviario tempo fa aveva scricchiolato, coi temporali i vecchi mattoni magari si spaventano di nuovo e vanno rassicurati con un bel cartello strada interrotta. Se tirano giù il vecchio garage poi ci sono da rimuover le macerie e chi lo fa? Lo fai tu lo faccio io, tocca a te no a te, manca il documento manca la firma il funzionario è assente, si va per avvocati, ci sono le ferie in agosto non c'è in giro un cane, tribunale chiuso, giudice trasferito, magari l'abbattimento ha provocato crepe nella casa limitrofa che chissà di chi è. Arrivano le Belle Arti mettono tutto sotto sequestro e lì son cavoli amari. Per anni. 
Per le giunte da avanspettacolo è pronto il nuovo Politeama, finora però di rendering non se ne sono visti, forse la bruttezza estrema del manufatto ne rende complicatissima la miglioria anche solo virtuale, ma se cade il governo della città e sale l'opposizione il cinema rimane tale, finché crepa non lo consumi, perché non sia mai che i nuovi condividano un palcoscenico con i vecchi, vuoi magari per un vago interesse nei confronti della città e dei suoi esausti contribuenti. 
Già ci son questioni per il rinnovo di piazzale Kennedy, a prescindere dai voti, tanto per litigare, l'art pour l'art, così i promessi grand boulevard della nuova Varese rimarranno strettoie, il Masterplan sarà carta straccia e Giubiano e Belforte non somiglieranno a Dubai. 
Vuoi la piazza nuova senza automobili? E io ti faccio un parcheggio. Ti piace il sottopasso con la street art? Meglio un parchetto con neve artificiale e pista di snowboard. Nel frattempo fermi tutti, deciderà il sindaco prossimo venturo con la sua squadra di sempiterni burosauri. A confronto, i letargici caposezione Altamura e ragionier Terenzi della commedia di Silvano Ambrogi, somigliano alle marionette di Kim Jong-un, rapide come automi e programmate per uccidere ogni cosa che non sia timbro o carta bollata.



mercoledì 3 giugno 2020

Ciao Scoiattolo, ci hai riempito la vita

Da subito è stato Scoiattolo, nonostante fosse un gatto e addirittura femmina. Un po' per la maculatura del pelo, rossiccia come quella del folletto dei boschi, un po' per la velocità davvero scoiattolesca con cui si arrampicava sugli alberi. Arrivò un giorno del 2003, minuscola e già decisa, una cacciatrice solitaria, una capace di stare appiccicata al tronco di un agrifoglio a guatare il nido dei merli, pronta a saccheggiarlo senza pietà. 
In casa c'era già la Cipirissa, nera e più compassata, a lei piacevano le lucertole e ogni cosa che avesse forma serpentina, dai pezzetti di corda alle stringhe. Le riduceva a brandelli, in un balletto diavolesco fatto di balzi e sbuffi, corsette e morsicate. Prese subito Scoiattolo sotto la sua ala, erano grandi lavate di pelo, leccate sulla testa e morsichini, le due giocavano insieme, la piccola cresceva e si trasformava in serial killer, usciva dal suo territorio abituale spingendosi anche molto lontano, facendo diventare matta mia mamma che la inseguiva sulla strada per il cimitero. 
Un giorno Scoiattolo arrivò in giardino da chissà dove, con una fagianella viva in bocca. Era quasi più grande di lei, riuscii a sottrargliela, la micia era stremata e si sdraiò lunga e distesa sul prato, respirando come i cani a bocca aperta. Il campionario delle specie cacciate era impressionante, cince more, cinciarelle e cinciallegre, merli, piccioni, capinere, un regolo, uno scricciolo, pettirossi vari e perfino un ghiro, di cui rimase la coda, agganciata a un rametto di ortensia. 




I gatti si affezionano alla singola persona, e Scoiattolo scelse mio papà, diventando l'amica del cuore. Lo seguiva ovunque, a letto, in bagno, in cucina, vedeva la televisione con lui sul bracciolo della poltrona, e se io mi sedevo sull'altra, arrivava subito a rivendicare il suo territorio, tentando in tutti i modi di farmi alzare. Fino a tre anni fa non aveva mai miagolato, se non in casi particolari, dal veterinario oppure quando incontrava qualche gatto vagabondo in giardino, altrimenti silenzio, poche fusa in sordina e quasi nessun salamelecco, cosa che le gatte di solito fanno a profusione. Diventò sorda e incominciò a farsi sentire, con una voce forte e un po' roca. Probabilmente pensava -perché i gatti riflettono molto- adesso che non ci sento se mi chiamano non posso rispondere, così miagolo forte e sanno che sto arrivando. 
Da giovane Scoiattolo voleva stare fuori fino a tardi, e mia mamma non se ne capacitava e poi nemmeno mio padre, così erano richiami dal balcone, avanti e indietro dal giardino per cercare di convincere la tiratardi a tornare in casa, con esche prelibate e movimenti di croccantini nel sacchetto. Quando riteneva di doversi ritirare, saliva le scale lentamente, sapendo di aver fatto la marachella, ma una sera non ci fu verso, scappava nel giardino di fronte e passò la notte fuori, con mia madre che tentò fino all'una di convincerla. Il mattino, dopo la colazione con papà, Scoiattolo veniva da me, al piano di sotto, sgranocchiava qualche croccantino e poi si faceva fare i grattini sulla testa, sempre con qualche mao di soddisfazione, prima di scendere in giardino e fare il suo solito giro. 
Negli ultimi anni la simbiosi con papà era diventata totale, non lo lasciava un attimo e anzi prevedeva ogni sua mossa. Non appena papà spegneva il televisore, lo Scoiattolo scendeva dalla poltrona e lo precedeva prima in bagno e poi in camera da letto, e al mattino si alzava con lui, lanciando un sacco di mao profondi e sistemandosi in cucina per la colazione. Fino a ieri.



A gennaio scoprimmo che la micia aveva un sarcoma, andava per i 17 anni, un'età veneranda, ma a parte i reni malmessi, era ancora in buona forma, in grado di scacciare dal giardino la Nerina Maramao, sua nemica acerrima. La diagnosi purtroppo non lasciava speranze, il tumore si sarebbe ingrandito poco a poco e la pelle ulcerata fino ad aprirsi. Tutto è precipitato due mesi fa, in piena emergenza per il dannato virus. La prima piaga, la visita dal veterinario, in uno scenario post atomico, le medicazioni quotidiane per far sì che la pelle non esplodesse. 
Scoiattolo aveva capito che non ce ne sarebbe stato per molto, ma con dignità e caparbietà tutta felina, ha fatto la sua vita fino all'ultimo. Aveva smesso di mangiare i suoi croccantini speciali per i reni, cercava acqua in ogni angolo, ma teneva duro, accoccolandosi ancora vicino a papà sulla poltrona, lanciando i suoi mao e facendo il giretto in giardino, salendo poi a fatica le scale. Fino a ieri.
Stamattina papà non l'ha vista in cucina ad aspettarlo, Scoiattolo era  sulla poltrona, dormiva un sonno di morte, ma ancora lo aveva salutato con uno dei suoi mao particolari, riservati a lui. Se ne è andata nel pomeriggio, la nostra micia, con la dignità che hanno i gatti davanti alla morte, senza “dare fastidio”, e lasciandoci soli, in lacrime, e solo ora comprendo quanto di lei c'era ogni giorno qui in casa, il grande spazio emotivo che occupava, riempito dai suoi mao sonori, dal suo carattere fiero, dalla sua voglia di vivere fino in fondo. Non è vero che ai gatti manca la parola, lei ce l'aveva, "parlava”, raccontava la sua giornata quando saliva dal giardino, e ci leggeva negli occhi. 
Ciao Scoiattolo, ci hai riempito la vita, hai perso la tua, ma la nostra è cambiata per sempre. 

martedì 11 giugno 2019

Badilanti e radical chic

Le dimissioni dell'assessore Roberto Cecchi, già ventilate in un recente passato e poi diventate realtà ieri sera, hanno riportato l'attenzione sulla cultura a Varese, un cadavere che ogni tanto si tenta di riportare in vita, ma ormai già decomposto e di difficile esumazione. Al di là del dispiacere per i guai personali dell'assessore che lo hanno spinto al passo estremo, non si possono evitare alcune considerazioni sul suo operato e sulle reazioni di chi lo ha visto come lo "sprovincializzatore” della città, l'uomo dalle idee rivoluzionarie e globali che avrebbe dato a Varese una allure da capitale. Cecchi è stato un uomo di parte, non ha nascosto la sua adesione al Pd, e di parte e/o immediati dintorni sono stati sempre gli artisti e i personaggi da lui invitati nelle due edizioni di "Nature Urbane”, conoscenze personali, scambi politici o elettorali, come succede da decenni in Italia e nel mondo. Chi non era "di quella parte lì” o non gliene fregava niente di destra, sinistra, centro, alto e basso, non è stato nemmeno preso in considerazione. Decido io e stop. Può essere una via, magari non per raggiungere popolarità e simpatia, che già l'assessore di suo certo non ispirava. Ora, leggo che il consigliere Crugnola, toccato dal forfait assessoriale, ha dichiarato che Cecchi è stato «osteggiato fin dal principio da una schiera di invidiosi, iracondi, superbi, golosi, eterni aspiranti frustrati e badilanti che da Bizzozzero non sono mai discesi a Lozza per gettare uno sguardo sul mondo». Questi personaggi, di cui credo di far parte, assieme ad altri validi artisti, musicisti, letterati, poeti, galleristi, fotografi, non hanno mai avuto l'onore di una convocazione cecchiana, né l'assessore si è peritato di conoscere il vissuto, l'attività passata e presente, le capacità individuali di chi, magari nell'ombra, ma con professionalità e talento non inferiore ai “chiamati” nelle ville e negli isolini, cerca di esprimersi da anni in una città sordomuta e priva di una qualsivoglia identità anche minima, presente magari proprio a Bizzozzero o a Lozza (personalmente mi spingo anche fino a Castiglione Olona). Ora sarebbe troppo facile rispondere a Crugnola: «Badilante sarai tu», mi limito a definire lui e Cecchi superbi radical chic, esempi preclari di una sinistra ingolfata e parolaia, spocchiosa e di assoluta autoreferenzialità, che dalla torre d'avorio (a Varese, forse di plastica) distribuisce panem et circenses secondo ideologia. Si è mai visto l'assessore a un concerto? Mai. Si è mai visto a un vernissage in una qualsivoglia galleria? Mai. Si è mai visto a una presentazione di libri o a un reading poetico? Mai. Si è mai visto mangiare un gelato seduto a un tavolino? Mai. Parliamo naturalmente di cose esulanti da quelle architettate a palazzo. Il suo distacco dalla realtà cittadina è stato lo stesso che ha contraddistinto la sinistra di governo di questi ultimi anni rispetto al Paese reale, cosa che l'ha condannata all'oblio. E lo scrive uno che in passato ci aveva creduto, a valori come solidarietà, condivisione, rispetto per altre idee e ideologie, secondo il motto voltairiano. Ora non più, e perciò plaudo alle dimissioni di Cecchi, lacrimando perché la sinistra non riesca più a partorire almeno un Nicolini, e Varese un Caminiti. 

lunedì 8 aprile 2019

IL CICLISTA CULMOLLATO

Già da qualche giorno l'Ansa aveva battuto la notizia: esperti del circuito infernale della Parigi-Roubaix, noto nel mondo per i terrificanti tratti in pavé, sono arrivati a Varese per studiare una nuova classicissima del ciclismo, da disputare in città e negli immediati dintorni su strade che i tecnici transalpini hanno definito étonnantes, per la smisurata quantità di buche, tagli mal riparati, avvallamenti, crepe, gobbe di asfalto, visibili soltanto -hanno aggiunto- in qualche cratere lunare o in remoti recessi del deserto del Gobi. 
Con loro sono presenti alcuni tecnici delle maggiori case produttrici di biciclette nel mondo per testare un nuovo tipo di ruota, ispirata alla Linea di Cavandoli, capace di modificarsi all'impatto con buche di venti centimetri di profondità, quali quelle presenti per esempio in via Maspero, una delle strade prescelte dai francesi per la gara e citata in letteratura come esempio per i giovani archeologi ai primi scavi. 
Intanto una équipe di medici proctologi, scelti tra i luminari del pianeta per le malattie del pavimento pelvico, sta studiando un rivoluzionario impianto di molle da inserire direttamente nelle natiche del ciclista urbano varesino, per preservarlo dal rischio che il tubo del telaio, perforando la sella per l'impatto con le buche, possa impalarlo, portando d'improvviso uno spicchio di vecchio impero Ottomano ai piedi delle Prealpi. 

Prototipo di ciclista urbano varesino

Il ciclista culmollato dovrebbe, negli intenti degli studiosi, assorbire perfettamente i traumi causati dalle crepe più profonde dell'asfalto, presenti ovunque nelle strade cittadine e, grazie a un'app scaricabile nel cellulare e collegata alle molle, le natiche segnalerebbero in tempo reale al cervello le maledette strisce di tre-quattro centimetri di profondità, capaci di catafottere qualsiasi normale pedalatore, che la fottutissima -ma meravigliosa per il progetto della nuova ruota- fibra ottica sta lasciando dappertutto con scavi scellerati. 
Grazie a questa rivoluzionaria connessione, si cancellerebbe per sempre il detto spregiativo «ragioni col culo», un passo avanti gigantesco per la scienza e per i molti ragionanti appunto con il fondoschiena, di solito abbondanti nelle amministrazioni, nei governi et similia, che di colpo si sottoporrebbero all'intervento culmollogico per creare alibi perfetti alle loro nefandezze. Anche la leggendaria esclamazione del grande Luison Ganna, stremato sul traguardo del primo Giro d'Italia: «Ma brüsa tanto el cüü», sarebbe di colpo riletta dai semiologi alla luce delle nuove scoperte tecnologiche, e il campione verrebbe visto come un precursore della comunicazione interfacciata tra i due poli, ormai egualmente intelligenti, del corpo umano.
Dopo un primo sopralluogo, i progettisti francesi si sono detti meravigliati di come, per esempio, la via Crosa, che scende verso il centro dalla villa Panza, sia stata riparata a tempo di record dopo i tagli provocati dallo scavo per la fibra, mentre le strade meno nobili conservano le cicatrici di anni di buche, rappezzature corrose e strisce color mattone gramotolose come uno strudel mal riuscito.  Meglio illuminare la facciata di Palazzo con 400 mila euro di spesa piuttosto che asfaltare, noblesse oblige, naturalmente. Ma una bella discesa a rotta di collo verso Biumo inferiore, con il rischio del serpente fibrotico, avrebbe consentito un lancio in grande stile del nuovo percorso ciclistico, della rivoluzionaria ruota trasformabile e delle ricerche sulle molle culanti, al netto della perdita di qualche pullman di cinesi in visita al museo. 
Abbiamo qui la prima dichiarazione di un volontario che si è sottoposto all'impianto delle molle, percorrendo poi il tragitto da Giubiano a Masnago, rimbalzando come l'uomo sulla Luna ma rimanendo saldo in bicicletta: «È una cagata pazzesca». Forse però, la connessione tra testa e culo va ancora perfezionata. 

mercoledì 3 aprile 2019

Bentornato Sommaruga! 
Un altro colpo dei Giovani del Fai

Le mie incursioni all'interno del Grand Hotel Campo dei Fiori risalgono alla giovinezza, quando salivo la montagna per fare passeggiate o birdwatching, non dimenticando di soffermarmi sotto l'arco dell'ingresso principale a provare l'acustica, in quel punto davvero straordinaria. Allora feci amicizia con la custode della famiglia Moneta, proprietaria dell'albergo, che mi fece entrare a visitare il visitabile, ma rimasi colpito dalle stanze, ancora con letti e mobili, coperte e lenzuola, e dalla camera reale, con gli stucchi di ispirazione settecentesca, le dorature e la ricca tappezzeria. A distanza di tanti anni, posso rivelare un piccolo segreto: la signora mi fece omaggio di qualche disco 78 giri rinvenuto in una stanza, iniziavo allora la mia raccolta e non mi sembrava vero di avere in dono un paio di Caruso e un Tamagno! In anni più recenti scattai diverse fotografie agli interni praticabili, la stanza reale era ancora dignitosa e anche la boiserie della sala del bigliardo, con una magnifica specchiera in cui le mie modelle si divertivano a truccarsi alla poca luce che filtrava dalle persiane. Dopo l'apertura nel 2017, voluta dai Giovani del Fai a mezzo secolo di distanza dalla chiusura definitiva dell'albergo, grazie alla liberalità della nuova proprietà, ebbi una giornata intera a disposizione per realizzare un servizio fotografico con gli abiti del mio amico sarto Stefano Farè e quattro indossatrici. Ci divertimmo come matti, soprattutto nelle vecchie cucine dell'albergo, misteriose e cadenti, illuminate dalle grandi finestre rotonde progettate dal leggendario Sommaruga. 


L'ingresso dall'interno
Questa mattina sono ritornato al Grand Hotel, ancora una volta grazie ai fantastici Giovani del Fai, guidati dalla bravissima e preparatissima Giulia Pozzi, perché il genio del grande architetto è di nuovo pronto a farci strabiliare con la bellezza delle sue creazioni. Grazie alla convenzione con la proprietà, l'albergo sarà di nuovo visitabile, a partire da sabato e domenica prossimi, fino a ottobre, con varie date in maggio, giugno e luglio, quindi, dopo lo stop agostano, tra settembre e ottobre. 

Giulia Pozzi
È un grande regalo alla città, e anche un invito a riflettere sul futuro di uno dei più importanti edifici liberty della Lombardia, per troppi anni lasciato in totale abbandono e depredato di mobili e oggetti d'arredamento. La "cittadella” art nouveau di Campo dei Fiori comprende anche il Ristorante Panoramico e la stazione della funicolare, e la sua riscossa potrebbe partire proprio da lì, dalla ristrutturazione del meraviglioso edificio sommarughiano dal quale si gode un panorama unico e di incomparabile bellezza, e dal secondo tratto della funicolare. Sarebbe un passo importante per poi pensare all'albergo e alla sua destinazione d'uso, come centro congressi, campus universitario o quant'altro, ma per far sì che possa rivivere è fondamentale che il comune si dia finalmente una mossa e capisca una buona volta che il turismo sano e pulito, senza gas di scarico e litigate per il parcheggio, passa attraverso la riapertura totale della funicolare, volano per altre iniziative virtuose per la nostra montagna, bene insostituibile e polmone verde ancora resistente in questi anni di terribili cambiamenti climatici. 

Ingresso principale
La visita di stamattina è stata emozionante, perché i ragazzi Fai, dopo aver svegliato la città con l'apertura della Torre Civica, sono riusciti a far riaprire sale mai viste e angoli dove Luca Guadagnino ha girato il remake di "Suspiria”, e recuperato oggetti d'uso quotidiano come utensili da cucina, forchette e coltelli, qualche mobiletto, un letto, un tavolino, delle sedie e perfino un lenzuolo con ricamato il monogramma dell'albergo. 

Nelle vecchie cucine...
L'anima del Grand Hotel è ancora presente, qua e là con un lampadario Liberty, una boiserie ancora intatta, il centralino telefonico, il tavolino della reception, le carte di carico e scarico merci, gli stucchi e i ferri battuti, alcuni forse del celebre Alessandro Mazzucotelli, la magnifica scala pentagonale che dava accesso alle camere. 

La  sala bigliardo utilizzata per alcune scene di "Suspiria”
Ogni volta che entro al Grand Hotel mi sembra di non essere mai uscito, di averci vissuto in qualche vita precedente, e immagino l'ingresso con le vetture alla porta, le rombanti Alfa Romeo 1750 che sfrecciavano nel viale d'ingresso, traguardo della Varese-Campo dei Fiori, i tè danzanti nel salone con l'orchestrina sul balconcino, le chaise longue sul terrazzo con la vista incomparabile del lago e delle montagne, come la immortalò il fotografo Alfredo Morbelli.


Lo scatto di Alfredo Morbelli

Specchio di una Varese piccola capitale del turismo, con la sfida (vinta) di portare un milanese in vetta al Campo dei Fiori in un'ora e mezza, partenza da Milano Cadorna, tram e funicolare, tutto perfettamente collegato e sincronizzato. Oggi per andare a Milano con il treno, fatti salvi rotture e guasti sulla linea all'ordine del giorno, occorre più di un'ora, e se pensiamo che il Grand Hotel fu costruito in un anno e mezzo, capiamo come ormai la nostra decadenza sia senza fine e la spaventosa burocrazia italica freni ogni iniziativa, assieme alla complicanza di ogni minima azione. Per questo i giovani del Fai devono ricevere un grazie da tutti i cittadini, per la loro voglia di fare e soprattutto per il desiderio di portare a conoscenza di tutti le nostre bellezze che, anche se sciupate, sono l'unico patrimonio spendibile che ci resta. 

Ieri...


E oggi...


























giovedì 28 febbraio 2019

REQUIEM PER UN'EDICOLA

L'edicola delle stazioni morirà domani all'alba, privata di colpo delle linfa che per oltre mezzo secolo l'ha fatta vivere: la carta stampata. È un paradosso, non certo l'ultimo di questo mondo rovesciato e ridicolo, ma davvero i clienti che da anni incontravano il sorriso di Anna e Augusto ora troveranno le scansie vuote, o meglio piene di oggetti assolutamente inutili e futili, specchio del consumismo più vieto. Bamboline, portachiavi, cappellini, bibite, caramelle e cioccolato (ottimo da consumare con i 36 gradi prossimi venturi) tutto quanto fa superficie e orrore, ma i giornali no, quelli ormai appartengono a un passato di lettori che va sepolto, assieme al nostro mestiere di giornalisti, ostaggio del marketing e delle logiche commerciali che hanno ridotto i redattori a commessi di negozio. 
Trionfa la crociata per il libero Chupa Chups, tanto ormai i giornali chi li legge, solo i pensionati che hanno tempo da perdere, quindi largo ai peluche cinesi, alle gomme da masticare, ai supereroi di plastica e altra monnezza del genere, destinata alle discariche autorizzate e no in un nano secondo. 
La logica del profitto purchessia sacrifica la fedeltà di clienti affezionati che ogni mattina scambiavano due parole con gli edicolanti in nome della banalità che unisce, il tempo, l'Italia che va a fondo, il degrado urbano, la Champions League. C'era ancora un barlume di rapporto umano, e poi l'emozione sempre nuova di vedere i titoli dei quotidiani, di chiedere se l'arretrato era arrivato, di scoprire una nuova testata e acquistarne una copia per curiosità di sapere. 
Non c'è nulla dietro al peluche cinese, soltanto una sterile cupidigia, il desiderio bacato dell'originalità a tutti i costi, un'operazione degna del dottor Frankenstein, con un'edicola che non è più tale, ma resiste come scheletro pieno di mostriciattoli inutili che però, a parere dei nuovi proprietari, sostengono l'economia. 
Le edicole-emporio esistono da tempo, in Italia come altrove, gli stessi Anna e Augusto avevano licenza di vendere caramelle e affini, ma la materia prima, ovvero i giornali, sono ancora lì in bella mostra, assieme a bibite, snack, souvenir e altri barlafusi, ma un chiosco per giornali senza giornali non si era ancora visto, e Varese per queste meraviglie è sempre capitale. Puntiamo adesso a prenderci un gelato in tintoria e un mazzo di asparagi in farmacia, che tanto Camilleri o Wilbur Smith lo mettiamo già nel carrello del supermercato assieme al Dash e alla Pasta del Capitano. 
Cultura di consumo, ma del resto la buona metà dei romanzi oggi è prefabbricata, cucita su misura sui borderò delle vendite, costruita sulle indagini di mercato e sui gusti dei lettori, che vogliono storie di pronta beva, con morti e commissari e un po' di mélo proprio come si vede in tv. I poveri giornali, ormai snaturati e impacchettati come scatole di cioccolatini, non hanno futuro e ormai neppure presente, perché ormai tutto viaggia in superficie, non c'è più tempo per l'approfondimento di qualsivoglia notizia o interesse, una scorsa allo smartphone e via, siamo tutti Montanelli o Piero Angela. 
Questa edicola fantasma somiglierà ai tanti, troppi negozi fantasma del centro città, vetrine del nulla  apparecchiato con luci e colori, monitor e musichette da psicopatici, a mascherare il vuoto ormai pneumatico dei cervelli, omologati e globalizzati. Ma questi marchi dell'inutile sono gli unici a poter pagare gli affitti da strozzini dei locali del centro, altrimenti l'alternativa è la chiusura, il degrado assoluto, come dimostra per esempio il portico di corso Moro dove un tempo c'erano l'agenzia Maccapani e la pasticceria Pirola, oltre a Pianezzola e a un lussuoso negozio di calzature. E la conseguente assenza di contatto umano tra acquirente e venditore, rimasto ormai soltanto al mercato delle stazioni in qualche raro banco non cinese o africano, o a quello degli agricoltori il giovedì in piazza Giovine Italia, la sana chiacchiera che fa sentire ancora parte di una società viva e non popolata di zombie tecnologici. 


QUANDO L'EDICOLA VENDEVA GIORNALI - Anna e Augusto, per mezzo secolo sul ponte della stazione Nord.
La città è ormai agonizzante, senza identità, ma è solo l'esempio di una civiltà arrivata al capolinea, in cui ogni cosa, dalla coscienza alla bottiglia di plastica fino alle persone, si usa e si butta, senza nemmeno farci una riflessione, l'importante è che ci sia un profitto, il resto è cacca di cane, che siano anni di lavoro, passioni, clienti guadagnati giorno dopo giorno con sudore e sacrificio, albe a scaricare pacchi di quotidiani e magari a litigare col distributore per i ritardi. 
Oggi nessuno vuol fare fatica, e allora avanti con il peluche cinese e il Chupa Chups, venduto senza una parola, come acquistare un pacchetto di sigarette o i preservativi dalla macchinetta. Dammi i soldi e scappa. È la stessa umanità rapace che non si preoccupa dell'estate a febbraio, dello scioglimento dei ghiacci, dell'estinzione di decine di specie animali e vegetali, della deforestazione, della morte di bambini per fame e stenti, delle guerre e delle deportazioni, business is business, okay? Del resto lo abbiamo voluto noi, snaturando le città e la campagna, riempiendo l'orizzonte di ipermercati, rinunciando a chinarci sulla terra e a sentirne il profumo. Giusto che all'avanzata dei peluche non ci sia più nemmeno un avamposto a contrastarla.